Milano, caffè corretti e birre Un 20enne su tre fa abuso d’alcol

E il 75% degli under 34 che si ubriacano usa droghe. «Per molti il problema si trascina anche per 10 anni»

«La mia giornata iniziava con il caffè corretto grappa: uno prima di iniziare a lavorare, uno-due al lavoro, più un paio di sambuche. Compravo poi delle birre che tenevo nello zaino e che portavo al ristorante dove lavoravo. Ne bevevo 4-5 la mattina, un paio nella pausa di lavoro, altre 5-6-7 tra il pomeriggio e la sera. A casa, prima di addormentarmi, erano altre 3-4». È il racconto (documentato con una video-intervista pubblicata su Corriere.it) di uno dei pazienti in cura al Nucleo operativo di alcologia (Noa) di via Settembrini 32, il servizio di disintossicazione dell’Ats (ex Asl). Una testimonianza che rompe il silenzio della Milano dove ci sono due nuovi casi al giorno di alcolisti dichiarati. Uomini e donne, 40-50 enni, che chiedono aiuto e che spesso riconoscono il loro problema solo dopo dieci anni di abuso.

Il fenomeno preoccupa a tal punto da avere spinto le autorità sanitarie ad aprire per la prima volta la porta del Noa, con un open day organizzato per lunedì (www.ats-milano.it, telefono 02.85788257). L’obiettivo è farsi conoscere per riuscire a intercettare sempre più presto chi ha problemi con il bere, ma rifiuta l’idea di essere un alcolista. Del resto, dietro ai numero c’è un allarme sociale che non può essere ignorato: sono oltre 200 mila i milanesi che nell’ultimo anno si sono ubriacati. Il dato è preoccupante per l’alta percentuale di giovani: uno su tre sotto i 24 anni, e il numero scende solo di poco, al 24%, tra gli under 34. Con l’alcol abbinato a droghe.

Sbronze di oggi che possono trasformarsi in dipendenza nel futuro. Com’è successo al paziente intervistato, un cameriere di 43 anni: «Sono stato prima un bevitore sociale, il giovane che beve quando esce la sera e va in discoteca. Poi l’alcol è diventato un problema». Cinzia Sacchelli, alla guida del Noa di via Settembrini, non ci gira intorno: «Da un’indagine effettuata su un campione di tremila milanesi, emerge che oltre 70 mila giovani under 34 hanno consumato alcol in maniera eccessiva nell’ultimo mese e che il comportamento è nel 75% dei casi associato a un uso di sostanze psicoattive illegali (in particolare cannabis e cocaina). I dati clinici dei nostri pazienti dimostrano che il rapporto sbagliato con l’alcol inizia da giovanissimi, viene trascinato poi per anni, troppi, fino a dopo i 40. È, allora, che finalmente c’è chi si decide a chiedere aiuto».

L’uscita dal tunnel è scandita da tentazioni, rischio di ricadute e voglia di farcela. «Oggi sono esattamente 275 giorni di astinenza. Dal 19 gennaio 2016. Il motivo scatenante che mi ha portato alla decisione di smettere? Un incidente stradale dovuto all’abuso di alcol. Alla fine di ottobre del 2015 non ho preso bene una curva e sono finito addosso a un palo. Ho fatto tutto da solo. Mi è costato tre mesi di malattia, durante i quali ho continuato a bere. Ma alla fine mi sono deciso a chiedere aiuto».

Un po’ di vergogna adesso c’è: «Un alcolista non si rende conto di esserlo finché non decide di smettere». Ma c’è soprattutto l’orgoglio di avere ripreso in mano la propria vita: «Più passano i giorni più la consapevolezza di riuscire a non bere ti fortifica». Anche se le difficoltà sono quotidiane: «Quando sei alcolista il gesto del bere è una consuetudine da quando ti alzi a quando vai a letto. Per me l’alcol era una sostanza sedativa: mi aiutava a non pensare ai problemi. La tentazione di ricominciare mi è venuta. Come a tutti, è ovvio. Bisogna combatterla e vincerla. Oggi mi dicono: «Tu non puoi bere». Io rispondo: «Nessuno mi punta una pistola, io posso fare quello che voglio. Ma io non voglio bere». La strada per liberarsi dall’alcol è lunga e spesso tutta in salita: «I giorni più brutti sono stati i primi quindici-venti. Mi mancava quello che era diventato un rito della quotidianità».

La scelta è di affidarsi ai medici e agli psicologi del Noa: «Il percorso è scandito da tre fasi. Prima si partecipa a un gruppo motivazionale per capire che cosa ti deve spingere a smettere. Poi a uno in cui si viene aiutati a fronteggiare anche i problemi fisici che derivano dall’astinenza. Infine ci sono gli incontri di un anno, che io devo seguire fino al prossimo agosto, per il mantenimento dell’astinenza». Riuscire a resistere dà grosse soddisfazioni: «Dopo cinque mesi sono riuscito a essere promosso sul lavoro: da cameriere che rischiava di perdere il posto a caposala. Sono consapevole, comunque, che la mia astinenza ha avuto un inizio ma non avrà mai una fine. Oggi mi dico: “Sono 275 giorni”. Domani mi dirò: “Sono 276”. E sarò ancora più contento».