Da Bergamo ai narcos, l’impero di Locatelli: la primula rossa del traffico di cocaina

In Italia da quali sterminati poteri siamo schiacciati? Che muoiano come le mosche adolescenti (e non) per sostanze fatali, che l’Italia sia sommersa da tonnellate di droghe, che i capitali in gioco siano al di là di ogni possibile immaginazione…tutto questo può farci capire cos’è il nostro Paese?

Una carriera criminale iniziata a 20 anni riciclando auto rubate. Poi il salto e gli affari col cartello colombiano, l’arresto, l’evasione e la latitanza Ma il “Diabolik” della droga torna in Italia, estradato

BERGAMO fa finta di niente, ma c’è una notizia importante che la riguarda da vicino. Il principale broker di cocaina d’Europa è stato estradato dalle prigioni spagnole e torna finalmente in Italia (anche grazie al lavoro del pm Maria Cristina Rota che non ha mai mollato e ha ottenuto un risultato per molti insperato). Si chiama Pasquale Claudio Locatelli. Ed è di Bergamo. La città sembra volerlo rimuovere, ma se dovesse pentirsi potrebbe raccontare una delle storie più complesse e intricate che lega la ricchezza imprenditoriale di quel territorio al narcotraffico, una storia sconosciuta e cruciale, una storia di un Nord segreto e, purtroppo, ignorato. È il criminale più sottovalutato degli ultimi decenni e anche il meno raccontato. Uomo di riferimento dei narcos sudamericani nel Vecchio Continente, proprietario di un’intera flotta di navi per il traffico internazionale di droga, manager capace  –  attraverso uomini di fiducia  –  di servirsi a suo piacimento di una banca italiana e di tentare la scalata a una banca croata.

L’ultima volta che ho avuto a che fare con la vicenda Locatelli è stato qualche mese fa. Dallo studio legale Mariacarla Giorgetti, professore universitario di Diritto processuale civile dell’Università di Bergamo, ricevo la richiesta del ritiro immediato dalle librerie di tutt’Italia di “ZeroZeroZero”. Vedo il cognome sul documento legale: Locatelli. A lui è dedicato un capitolo del libro. Cerco di capire. Quale arroganza poteva spingere un uomo in cella per narcotraffico a un gesto del genere? Ma a chiedere il ritiro del libro non è lui direttamente, bensì la sua famiglia, precisamente il figlio Massimiliano: è un tentativo che i familiari dei criminali fanno spesso, quello di provare a sfruttare qualche cavillo, o qualche falla della giustizia civile, per ottenere qualche vantaggio. Ma in questo caso falliscono, il giudice rigetta la richiesta.

Dunque ecco la storia di Pasquale Claudio Locatelli, il re della cocaina che nessuno conosce, anche perché non è né calabrese né napoletano né siciliano né casalese. È bergamasco, e questo gli ha giovato molto per mantenere il silenzio sui suoi affari. Nasce sessantuno anni fa ad Almenno San Bartolomeo, un paesino lombardo a una manciata di chilometri da Bergamo. È un ragazzo di vent’anni quando comincia a farsi le ossa con incursioni nelle province ricche, tra Milano e Verona, per rubare macchine di grossa cilindrata. Pensa subito in grande: organizza una rete imponente di riciclaggio di auto rubate allacciando contatti anche all’estero, dall’Austria alla Francia, impara lingue straniere (finirà per padroneggiarne quattro). Ragiona già come un imprenditore proiettato su uno scenario internazionale. È sveglio  –  presto verrà soprannominato anche “Diabolik”  –  e capisce prima di altri che la coca è il futuro. Per i suoi traffici passati è in libertà vigilata, e sono le restrizioni al suo raggio di movimento che lo inducono a cominciare la vita del latitante. Cerca di allargare la sua fortuna là dove sa di poter trovare facilmente nuovi clienti, in Costa Azzurra. Si stabilisce in una villa a Saint-Raphaël, località più esclusiva e tranquilla della vicina Saint-Tropez. Lì Locatelli è conosciuto come Italo Salomone, i suoi ricchi vicini non sanno che la polizia francese lo sta braccando da quando ha sequestrato all’aeroporto di Nizza una valigia proveniente dalla Colombia zeppa di coca nascosta in un doppiofondo.

Solo dopo tre anni di ricerche i flic riescono ad arrestarlo nella sua villa, dove trovano anche una provvista di 41 chili di cocaina. È il 1989. Condannato per narcotraffico internazionale, finisce nel carcere di Grasse per scontare una pena di dieci anni. Ma Diabolik è un uomo di pensiero e d’azione rapida. Si rompe un braccio. Bisogna ricoverarlo, però i francesi sospettano che quell’incidente possa non essere casuale. Per precauzione non lo mandano a Nizza, ma a Lione, a quasi cinquecento chilometri di distanza dalla costa che ha battuto palmo a palmo. Accorgimento inutile. Quando il detenuto scende dal cellulare e si avvia verso l’ospedale, si materializzano tre uomini armati e mascherati che disarmano gli agenti e spariscono in un lampo assieme al detenuto. Locatelli varca il confine con la Spagna. D’ora in poi non sarà più Italo, ma Mario di Madrid, il broker dei due mondi.

Gira con una guardia del corpo e una segretaria personale, ha imparato a non dormire mai più di due notti nello stesso posto, cambia cellulari con la frequenza con cui le persone normali si cambiano i calzini. Ma non è un uomo del cartello di Medellín né del cartello di Cali. Questa è la sua caratteristica. Il bergamasco è il padrone della propria impresa, libero di stabilire da solo ogni nuovo investimento, unico responsabile dei rischi che si accolla. Non è un affiliato. Non uccide e non ordina omicidi. Lui raccoglie capitali, li investe comprando cocaina in grande quantità e nel momento più conveniente, e riesce a movimentarla ovunque. Tratta con tutti: le famiglie di Bagheria e di Gela, le ‘ndrine di San Luca e di Platì, i clan più potenti dell’area nord di Napoli.

Pasquale Locatelli e l’altro grande broker italiano Bebé Pannunzi (arrestato in Colombia) sono il Copernico e il Galileo del commercio di cocaina. Con loro cambia il modello di rotazione degli affari. Prima era la coca che ruotava intorno al danaro. Ora è il danaro che è entrato nell’orbita della coca, risucchiato dal suo campo gravitazionale. Tra una consegna di coca e un lavaggio di denaro sporco, Mario di Madrid fa crescere il suo impero indisturbato fino al 1994, ignaro del fatto che le forze dell’ordine di mezzo mondo da qualche tempo lo tengono sotto controllo. Sta maturando, infatti, l’ultima fase di una maxioperazione coordinata tra le polizie internazionali, inclusi la Dea statunitense e l’Fbi, che porta il nome di Operation Dinero. Due anni di indagini e di operazioni segretissime, agenti infiltrati in due continenti e, come esca centrale, una banca aperta ad hoc su un’isola offshore dei Caraibi, Anguilla, per ripulire i narcodollari dei trafficanti. Una banca vera, registrata come si deve, con una sede elegante, dipendenti qualificati e competenti che sanno accogliere i clienti in molte lingue. Ma controllata integralmente dalla Dea. La Rhm Trust Bank offre tassi d’interesse da sogno, soprattutto ai clienti più facoltosi.

I narcos colombiani si fanno ingolosire. Un consulente finanziario della Dea riesce a entrare in rapporto con Carlos Alberto Mejía detto “Pipe”, legato al cartello di Cali. Mejía ci casca in pieno. Ci sarebbero, per cominciare, quasi due milioni e mezzo di dollari provenienti dal narcotraffico in Italia da reinvestire, soldi che arriveranno attraverso un socio italiano di Mejía che opera in Spagna e in Italia. Un “socio italiano”. È così che gli agenti della Dea si trovano all’improvviso e senza averlo messo in conto sulle tracce di Pasquale Locatelli. Proprio a causa di questo “socio italiano”  –  abilissimo nel cancellare le sue tracce ogni volta  –  le indagini toccano un punto morto. Gli inquirenti decidono allora di mettergli alle costole un agente “undercover”, un agente assai particolare. È ispettore del Servizio centrale operativo della polizia italiana. Ha una formazione finanziaria affinata in anni di indagini, anche se non ha mai svolto una missione sotto copertura. È giovane, nemmeno ventisette anni, ma di presenza impeccabile. Parla fluidamente diverse lingue. Conosce i metodi più sofisticati del riciclaggio. Ma, soprattutto, è una donna. Quindi insospettabile.

Dopo un corso accelerato e personalizzato della Dea, nasce Maria Monti, un’esperta di finanza internazionale con un enorme desiderio di farsi largo in mezzo alla spietata concorrenza maschile. Maria viene catapultata in un vortice di voli in business class, trasferimenti in taxi o macchine di grossa cilindrata, alberghi e ristoranti per pochi eletti, incontri con narcos sudamericani su yacht di lusso al largo di Miami o della Costa del Sol per proporre loro servizi di riciclaggio sicuri e veloci presso la Rhm Trust Bank. Maria riesce a guadagnarsi la fiducia dei narcos e di Locatelli. Vengono fissate le prime consegne di denaro da reinvestire attraverso la banca nelle Antille: gli incontri avvengono in posti molto frequentati, come l’Hotel Jolly di Roma o il Bar Palombini all’Eur: 671.800.000 lire più cinquantamila dollari la prima volta, poi ancora due tranche da 398.350.000 e 369.450.000 lire, il tutto nel giro di un mese e mezzo.

Ma colui che ha permesso alle forze dell’ordine di arrivare fisicamente a Locatelli è un personaggio dall’aspetto rassicurante dell’avvocato di provincia, Pasquale Ciola, pugliese. È lui il vero perno degli affari di Locatelli in Italia. Grazie a Ciola, che siede nel Cda, riesce a servirsi di un’intera banca, la Cassa rurale ed artigiana di Ostuni. Seguendo Pasquale Ciola fino a Madrid, il 6 settembre 1994 la polizia arresta Locatelli al ristorante Adriano: ha con sé documenti falsi e una borsa con 130 milioni in contanti. Al suo tavolo siedono tra gli altri l’immancabile segretaria svizzera Heidi e il sostituto procuratore di Brindisi, Domenico  Catenacci.

Mario di Madrid perde così oltre alla libertà anche quattro navi della sua flotta, già pronte per raggiungere le coste della Croazia cariche di droga e di armi, e molti altri pezzi del suo impero. L’Operazione Dinero, secondo i documenti della Dea, porta all’arresto di centosedici persone in Italia, Spagna, Stati Uniti e Canada. Alla fine dei conteggi, tra un continente e l’altro, vengono sequestrati circa novanta milioni di dollari in contanti e una quantità incredibile di cocaina: nove tonnellate. L’avvocato Pasquale Ciola per diciassette anni ha continuato a vivere nella sua casa di Ostuni: solo a febbraio del 2011 arriva il verdetto definitivo della Cassazione che lo condanna a sette anni e due mesi. Il magistrato Domenico Catenacci, invece, ha subito la sospensione dalle sue funzioni e un processo per associazione a delinquere, ma è riuscito a dimostrare di non aver avuto idea di chi fosse Pasquale Locatelli ed è stato prosciolto.

Mario di Madrid resiste invece ad anni di galera come un capo mafioso di antica stirpe. Passa da una cella spagnola ad una francese, ma dieci anni dopo l’arresto viene estradato a Napoli per un processo, dove incredibilmente la Corte di Cassazione ne ordina la scarcerazione: un cavillo gli dà il tempo necessario a sparire di nuovo. E infatti Locatelli non perde un minuto e si rifugia nuovamente in Spagna. E lì rimane tra fermi, scarcerazioni, libertà vigilata e latitanza. Ma mantiene i contatti con i suoi figli rimasti in Italia, come dimostrano varie intercettazioni. Ed è pedinando il figlio Massimiliano  –  lo stesso che poi avrebbe chiesto il ritiro del mio libro da tutta Italia  –  che gli investigatori sono giunti all’ultimo e speriamo definitivo arresto di Locatelli avvenuto all’aeroporto di Madrid nel maggio del 2010 su mandato di cattura spiccato dalla Dda di Napoli. Anche Patrizio e Massimiliano vengono condotti in carcere, con l’accusa, fondata su diverse intercettazioni, di aver avuto una parte molto attiva sia nel riciclaggio che nei pagamenti stratosferici consegnati nelle mani dei trafficanti. Entrambi saranno poi scarcerati, e sono tuttora in attesa di giudizio a piede libero. I Locatelli hanno un saldo legame con la borghesia bergamasca. Domenica 19 settembre 2010 alle Ghiaie di Bonate organizzarono a nome della loro ditta un party con molti ospiti. C’erano l’arcivescovo (che verrà per altre vicende coinvolto in un indagine sul ricoclaggio Ior) poi ben tre magistrati, un ispettore di polizia in servizio in Procura, il direttore del carcere di Bergamo e un sottoufficiale della Guardia di Finanza.

Si capisce ovviamente perché i Locatelli abbiano cercato di scongiurare l’estradizione del padre. Se parlasse cadrebbe un impero. La domanda centrale è: dove sono i soldi di Locatelli? Dove si nasconde il suo immenso patrimonio? In questo momento ha i riflettori accesi su di lui, i suoi uomini di fiducia e i suoi affari, e quindi sa che non può muovere nulla. Ma il danaro di Pasquale Claudio Locatelli deve essere trovato e deve tornare al nostro Paese. La ricchezza del narcotraffico è una delle risorse principali che la democrazia italiana dovrebbe saper sottrarre gli imprenditori della droga. La cocaina è il petrolio nascosto della nostra economia. Togliere il danaro al mercato globalizzato della droga e reimmetterlo nel sistema economico sarebbe una grande risorsa: porterebbe molti più soldi di una nuova tassa.

Ci vuole una nuova politica e non soltantodeleghe a poliziotti e giudici. Serve nuova creatività in materia di leggi economiche per fermare l’infinito riciclaggio dei soldi sporchi. Trascurare queste risorse, come le autorità politiche stanno facendo, è una colpa di cui un giorno saranno chiamate a rispondere.