EUROPA E LEGGI SUL RUMORE: QUANTO E’ LONTANA L’ITALIA DA QUESTO QUADRO

L’Europa ci chiede di aggiornare le leggi sul rumore: è un’occasione per il Paese

Breve aggiornamento della storia legislativa
Con la Legge Europea 2013 bis (Legge 30 ottobre 2014, n. 161 – Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea) entrata in vigore il 25 novembre scorso, è stato delegato il Governo ad armonizzare, entro i successivi 18 mesi, la normativa nazionale in materia di inquinamento acustico con le direttive 2002/49/CE (gestione del rumore ambientale), 2000/14/CE e 2006/123/CE (emissione acustica delle macchine destinate funzionare all’aperto) e con il regolamento (CE) n. 765/2008 (norme in materia di accreditamento).

Un importante e, per certi versi, decisivo processo di omogeneizzazione del sistema di regolamentazione europeo. Tuttavia, prima di addentrarci nelle aspettative riversate nel nuovo prospettato scenario, pare forse utile richiamare, succintamente, il percorso che ha determinato la scelta dell’Italia di aderire al progetto di un’Europa unita, in conseguenza del quale ciascuno Stato membro è tenuto a “cedere” parte della sua sovranità a favore di un processo di definizione di regole allargate volte, almeno nelle intenzioni, a creare un sistema più forte, coeso e, nelle aspettative di molti, economicamente più vantaggioso.

In materia di ambiente, con particolare riguardo agli aspetti connessi all’inquinamento acustico, uno dei primi capisaldi è il Libro Verde del 4 luglio 1996, documento programmatico attraverso il quale la Commissione Europea, nel riconoscere l’esigenza di avviare una concreta politica di riduzione del rumore – ritenuto oramai da tempo uno dei principali fattori di degrado della qualità della vita dei cittadini europei, sono state definite una serie di misure concepite nell’ambito di un programma “globale” di riduzione dell’inquinamento acustico, al quale ciascuno Stato membro è obbligato a riconoscere, adeguando le proprie disposizioni regolamentari ai principi comunitari (Direttive) che negli anni si sono susseguite.

D’altro canto, già nel 1993, la Comunità europea annunciava che avrebbe modificato le politiche comunitarie in materia di inquinamento acustico, in linea con il grande rinnovamento delle politiche ambientali previsto dal quinto programma d’azione a favore dell’ambiente.

Per quanto riguarda il rumore, il programma stabilisce che nessuno debba essere esposto a un livello di rumore che possa rappresentare un pericolo per la salute e la qualità della vita dei cittadini.

C’è ora da augurarsi che in questo, non certo facile, compito che impegnerà il Governo nei prossimi mesi, si possa intravvedere l’occasione per avviare quelle prospettive di crescita e sviluppo da tempo proclamate, utili a generare benefici effetti nella sfera della salute ma anche della prosperità economica dei cittadini.

Di certo, non si avanza la presunzione di voler fornire la soluzione ai radicati mali che affliggono da tempo il nostro Paese, quanto piuttosto si intende stimolare una costruttiva riflessione per mezzo della quale infondere la “speranza” che le cose possano, magari anche solo in piccola misura, cambiare.

Dove sono le occasioni di miglioramento del Paese

Se ben pensata questa vera riforma legislativa può essere uno dei tanti volani per uscire dalla crisi e dare posti di lavoro a giovani e disoccupati nel comparto dei produttori di materiali, nell’edilizia e nel lavoro professionale che oggi stentano a muoversi; se si persegue invece la strada della semplificazione, come si è voluto negli ultimi 5 anni, si aggiunge solo un danno all’ambiente, non si creano posti di lavoro qualificati e si sposta il problema ai comuni, alle ARPA e nelle corti civili e penali, ottenendo solamente un aggravio di costo per la pubblica amministrazione e la giustizia.

L’occasione del recupero del territorio nazionale per prevenire frane e allagamenti di cui si parla molto in queste settimane deve includere anche la bonifica delle zone urbane inquinate dal rumore, così da migliorare il riposo e la salute di un ampia fetta della popolazione diminuendo certamente molti costi sanitari.

Le nuove regole devono semplicemente perfezionare quelle esistenti, conosciamo bene i difetti delle leggi vigenti, scritte negli anni ’90, e così si possono riscrivere in modo chiaro per favorire direttamente nuove forme professionali nelle imprese, nella ricerca e sviluppo, nell’ingegneria e architettura (in Italia nel 2014 non esiste ancora una vera specializzazione in acustica nei corsi universitari).

La trasformazione e rigenerazione del territorio urbano possono dare impulso a nuove imprese in zone dove l’impatto acustico sia basso o nate per non disturbare, come si fa da decenni in Nord Europa. Si pensi solo all’artigianato, al comparto della musica dal vivo che hanno subito danni economici perché giudicate inquinanti, in realtà a causa di una gestione dei territori comunali sbagliata e di leggi poco chiare, interpretate spesso in modo diverso da città a città.

Anche il turismo degli anni 2000 vuole zone di divertimento ben organizzate tenute separate dalle zone di riposo, il nostro Paese continua a perdere posizioni (oggi è al 5° posto al mondo dopo Francia, Spagna, USA e Cina) e ha urgente bisogno di riqualificare le proprie strutture anche dal punto di vista del comfort acustico per fare meglio dei concorrenti.

Le indicazioni Europee della direttiva 2002/49/CE devono essere tradotte in Italia da 5 anni e il nostro Paese è stato messo in mora per inadempienza.

Queste indicazioni che abbiamo elencato sono una delle tante occasioni per toglierci dalla crisi e per aiutare l’edilizia a rinnovarsi e aggiornarsi, non per mantenere un inutile status quo. I pochi aggiornamenti legislativi sul rumore fatti citando la suddetta normativa europea tra il 2008 e il 2011 purtroppo sono stati fatti in un’ottica completamente diversa:

– il doppio tentativo di bloccare le leggi sui requisiti acustici passivi difendeva chi non sapeva rispettare i limiti tecnici meno stringenti d’Europa e che è stato in parte bocciato dalla Corte Costituzionale;

– le semplificazioni sull’impatto acustico hanno permesso di risparmiare pochi soldi all’avvio delle attività aggiungendo spesso disturbo ai vicini delle stesse nuove attività e spostando il problema sulla pubblica amministrazione e la giustizia, rendendolo più difficile da risolvere.

Attendiamo una risposta da chi vuole fare che applichi il buon senso anche in queste materie tecniche: per ora la frase nella nuova legge delega sulla “semplificazione dei requisiti acustici passivi degli edifici” suona preoccupante, speriamo si punti ad una riqualifica tecnicamente solida e non ad un ennesimo stop mascherato di innovazione.

Scritto a quattro mani con Luciano Mattevi.